sabato 22 aprile 2006

I «PERÒ» DI MARTINI e i nostri «ma»...

I «PERÒ» DI MARTINI e i nostri «ma»...

di Rino Cammilleri

Quando spuntava Fanfani, Montanelli diceva «arieccolo». È la prima cosa che viene in mente guardando la copertina dell'Espresso in edicola il 21 aprile 2006. Si poteva titolare «A grande richiesta, il ritorno di». In fondo, le elezioni le ha vinte Prodi (si fa per dire, naturalmente, perché più che vincere pare sia rimasto col cerino acceso in mano), ed era logico riesumare il nume tutelare, il gran punto di riferimento dell'area dei cattolici di centrosinistra, soprattutto di quella «scuola di Bologna» di cui Prodi è espressione politica.Parliamo del cardinal Martini, quello che voleva un terzo concilio Vaticano perché il secondo gli è parso insufficiente, quello che (dicono, ma non ci credo) fu lì lì per diventare papa al posto di Ratzinger. Forse avrebbe assunto il nome di Dialogo I, se eletto, poiché quel che si legge sul settimanale sembra la versione porporata di Prodi: toni pacati, aria paciosa, luci soffuse, niente scontri per carità, dialogo, dialogo, dialogo. Come ha benissimo centrato il nostro Robi Ronza proprio su queste pagine, nella sua rubrica «Prisma» di lunedì scorso, l'area di riferimento è esattamente quella che esprime «un'esperienza cristiana incapace di diventare cultura, visione del mondo, e perciò obiettivamente ridotta a una semplice morale». Morale fiscale o sessuale, come nel caso della lunga conversazione sulla bioetica che il Cardinale tiene sull'Espresso col bioeticista Ignazio Marino. L'unica cosa recisa e decisa è questa: non bisogna adottare «giudizi apodittici» ma il dialogo. Certo, no all'aborto, no all'eutanasia, no all'uso sperimentale degli embrioni. Ma «là dove per il progresso della scienza e della tecnica si creano zone di frontiera o zone grigie» è bene «astenersi anzitutto dal giudicare frettolosamente e poi discutere con serenità, così da non creare inutili divisioni». In effetti, i giudizi apodittici creano sempre divisioni; quanto siano «inutili», però, sarebbe da discutere.Ma soffermiamoci su quell'«apodittici», che tanto orrore incute. Devoto-Oli, voce corrispondente: «Di ciò che filosoficamente, essendo evidente di per sé, non ha bisogno di dimostrazione, o se dimostrato è logicamente inconfutabile». Dunque, per l'amor del cielo, niente apodittica, perché, com'è noto, la Chiesa esiste solo per il dialogo urbi et orbi, oves et boves, sennò ci sta che la Rosa nel Pugno si arrabbi e allora sai che apocalisse. Dice il Nostro, a proposito dei casi-limite: «Sarei prudente nell'esprimermi su quei casi dove non è possibile ricorrere al seme o all'ovocita all'interno della coppia. Tanto più laddove si tratta di decidere della sorte di embrioni altrimenti destinati a perire». Ovviamente, prudenza nell'esprimersi non vuol dire non esprimersi affatto, e per quante circonvoluzioni si possa usare, per quanti condizionali, per quanti «forse» e «quasi», prima o poi l'apoditticità ci scappa.In effetti, ogni abortista invoca situazioni-limite, ed è difficile convincere chi intende ricorrere all'aborto che la sua non è una situazione-limite. Ma il Nostro si riferisce ai casi, per esempio, «in cui un feto minaccia gravemente la vita della madre». Caso che, per lui, andrebbe esaminato a parte, giacché gli sembra «difficile che uno Stato non intervenga» a parare un eventuale Far West.Ora, noi non siamo degli esperti di teologia morale, ma ci sembra che proprio in un caso del genere la Chiesa sia stata e sia apodittica, visto che canonizza gente come Gianna Beretta Molla, medico che si trovò effettivamente a dover scegliere tra la vita del feto e la sua. Tuttavia, del ricorso all'apoditticità quando serve non sa fare a meno neanche Martini: «Certamente l'uso del profilattico può costituire in certe situazioni un male minore». In quali, Emine'? In caso di stupro? Ma ce la vede la vittima dire al malintenzionato: se proprio insisti, almeno mettiti il condom? O forse ci si riferisce alla moglie che dovrebbe assolvere al debito coniugale con un marito notoriamente infetto? Il meglio del cerchiobottismo si ha comunque sull'eutanasia: «Non si può mai approvare il gesto di chi induce la morte di altri, in particolare se è un medico». Però c'è un però: «Tuttavia neppure io vorrei condannare le persone che compiono un simile gesto su richiesta di una persona ridotta agli estremi e per puro sentimento di altruismo come pure quelli che in condizioni fisiche e psichiche disastrose lo chiedono per sé». Ah, no?
Il Giornale n. 95 del 22-04-06 pagina 1

L'Arcivescovo Lajolo spiega la distinzione tra religione e politica allo Stato musulmano più grande del mondo

Il quotidiano indonesiano "Kompas" ha pubblicato il 16 aprile scorso un'intervista all'Arcivescovo Giovanni Lajolo, Segretario per i Rapporti con gli Stati, nella quale il Presule parla dell'unicità dello Stato della Città del Vaticano, dell'attività diplomatica della Santa Sede, della separazione dei poteri della Chiesa e dello Stato e del dialogo interreligioso. Nell'intervista l'Arcivescovo precisa che lo Stato della Città del Vaticano, è un vero stato, "ma di minuscola realtà politica, avendo solo la funzione di garantire l'indipendenza del Papa come suprema Autorità della Chiesa Cattolica da qualsiasi potere civile", mentre la Santa Sede, "cioè il Papa e la Curia Romana, come suprema Autorità della Chiesa Cattolica, che viene anche chiamata (...) impropriamente, Vaticano, perchè ha la sua sede nello Stato della Città del Vaticano; (...) non è un organo di governo civile e quindi con funzioni politiche. Il problema quindi del coinvolgimento o della sovrapposizione delle due funzioni, quella politica dello Stato e quella religiosa della Chiesa, non si pone". Per cui non bisogna confondere lo Stato della Città del Vaticano ",che ha relazioni limitate alle sue modeste strutture e che si rivolgono sopratutto all'Italia", e "la Santa Sede, che ha invece una vasta rete di ambasciate (si chiamano tecnicamente Nunziature Apostoliche)". "Le Nunziature" - spiega il Segretario per i Rapporti con gli Stati - "non seguono, come le altre Ambasciate, questioni di politica, di difesa, di commercio, ecc., ma le questioni riguardanti la libertà della Chiesa e i diritti umani. Per lo più la Santa Sede interviene ovunque per garantire lo status giuridico della Chiesa e, in alcuni paesi, in difesa dei fedeli cattolici oppressi o comunque vittime di pressioni o di discriminazioni, e lo fa invocando i diritti sanciti dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo e dall'International Covenant on Civil and Political Rights (ICCPR), o anche quelli sanciti nella Costituzione dei vari Stati. (...) I criteri per i suoi interventi sono vari, a seconda delle situazioni, e sono necessariamente ispirati dalla volontà di aiutare nella maniera più efficace e quindi con la riservatezza ed anche con la prudenza necessarie per evitare contraccolpi negativi". Rispetto alla separazione dei poteri della Chiesa e dello Stato, l'Arcivescovo afferma: "La Chiesa non pretende però in alcun modo di imporre alcuna legge civile, se non sono le stesse forze politiche a darsela. Vale appunto il principio fondamentale della distinzione della sfera politica da quella religiosa e della ferma tutela della libertà religiosa, per cui lo Stato come non si inserisce nell'attività della Chiesa, così nemmeno prende ordini da essa. La Chiesa per altro - cioè in pratica i Vescovi dei paesi interessati - cercano di illuminare i cattolici e l'opinione pubblica del paese, illustrando con pubbliche dichiarazioni la posizione cattolica su questioni morali poste dalla legislazione o dall'azione politica, sulla base anzitutto di argomentazioni razionali, accessibili anche a chi non ha fede". "A livello universale la Santa Sede interviene sui grandi problemi morali posti dalla politica con documenti di diverso genere, come le lettere encicliche e le esortazioni apostoliche del Papa o le istruzioni della Congregazione per la Dottrina della Fede. I criteri per giudicare se sia opportuno intervenire, sono diversi; la Chiesa non può comunque tacere quando è posta in causa la dignità o i diritti fondamentali dell'uomo, o la libertà religiosa". Infine relativamente al tema del dialogo interreligioso il Presule afferma che: "Benedetto XVI continuerà (...) l'impegno del dialogo interreligioso, secondo le direttive date dal Concilio Vaticano II e sulle orme dei suoi predecessori Paolo VI e Giovanni Paolo II". Affermando che: "È ovvio che un conflitto delle culture o peggio delle religioni potrebbe dividere i popoli ancor più di quanto non lo siano ora", l'Arcivescovo Lajolo sottolinea che: "il dialogo interreligioso mira a conoscere meglio la posizione di fede dell'interlocutore e a far conoscere meglio la propria ed anche a rafforzare vincoli di stima personale vicendevoli" e "il dialogo interreligioso non intende rendere coloro che vi partecipano meno fedeli alle proprie profonde convinzioni religiose, ma aprire sempre di più le menti e i cuori alla volontà di Dio".

CITTA' DEL VATICANO, 21 APR. 2006

PALESTINA. «Per Hamas è l’ora della verità»

Mondo e Missione, maggio 2006

Intervista /Parla Sari Nusseibeh, intellettuale palestinese controcorrente

PALESTINA. «Per Hamas è l’ora della verità»di Elisabetta Galeffi
da Gerusalemme

«I miei studenti, alle elezioni universitarie di aprile, hanno votato per Fatah: è un indice chiaro di come cambierà la situazione in Palestina. Le università in tutti i Paesi sono i luoghi dove si creano le tendenze, anche politiche. Hamas è stato votato per protesta contro la corruzione e il fallimento della politica di Fatah, soprattutto nel negoziare una pace equa con Israele. Nessuno si aspettava un governo di Hamas: durerà poco».
Sari Nusseibeh è da tre anni il rettore dell’università araba di Al-Quds, a Gerusalemme Est. È stato il rappresentante diplomatico dell’Olp a Gerusalemme ai tempi di Yasser Arafat e ha lasciato la politica, quando la politica non era più sulla stessa linea dei suoi pensieri, tre anni fa, appunto. Oggi, a 57 anni, è uno dei più noti intellettuali palestinesi con background internazionale, studi ad Oxford e dottorato in Filosofia islamica ad Harvard. Uno che ha cercato, per tutta la vita, una strada possibile per aprire un dialogo fra israeliani e palestinesi.
Un idealista, ad oltranza, forse. Inutile insistere con lui che i suoi studenti sono solo una minoranza della multiforme e variopinta popolazione palestinese, che sembra sempre più sulla strada del fondamentalismo, anche religioso. Più barbe lunghe per le strade di Gerusalemme Est, più veli anche alle bambine piccole; e quei cartelli contro i danesi, a motivo della vignette anti-islamiche che qui, nel melting-pot di culture di una città come Gerusalemme, non ci saremmo mai sognati di leggere. Nusseibeh è irremovibile: «I palestinesi dentro di loro sono razionali», dice.
Un fatto è certo: conosce questo Paese come pochi altri, e se ancora prova a convincere alla tolleranza chi gli sta intorno, dopo tutto quello che ha passato e fatto, bisogna comunque riconoscergli un estremo coraggio e la capacità di mettere insieme proposte ragionevoli di pace.
Ma le sue idee sono troppo avanzate per il mondo in cui si trova a vivere. E non è solo un problema della sua gente, i palestinesi; anche la maggioranza degli israeliani non riesce ad accettare questo strano uomo che - imprigionato per spionaggio e picchiato a sangue dai suoi - insiste nell’auspicare relazioni amichevoli tra due popoli che, a stento, riescono a parlarsi.
Anche adesso che ha lasciato la politica attiva e fa, con piacere, solo lo studioso e il professore, molti palestinesi non smettono di attaccarlo. Per lui, ormai, devono essere sassolini, ma a noi sembra una persecuzione al di là della ragionevole diversità di opinioni.
Un anno fa, il 24 maggio 2005, il sindacato degli insegnanti e dipendenti universitari ha pubblicato sulla prima pagina di Al-Ayyam, quotidiano di Ramallah, una lettera così titolata: «Il sindacato degli insegnanti palestinesi chiede le dimissioni di Sari Nusseibeh». Motivo: «Ha cercato di normalizzare i legami con Israele». L’antefatto? Nusseibeh aveva stretto da poco un accordo di collaborazione e scambio culturale, con l’Università di Tel Aviv, ebraica of course. Lui risponde così: «Questo modo di comportarsi non rappresenta la vera posizione degli insegnanti e impiegati delle università palestinesi». E deve avere ragione lui se lo incontriamo, a un anno di distanza, proprio nel suo studio di rettore dell’università di Al-Quds.
Professore, quanto è forte il rischio di islamizzazione della società palestinese con Hamas?
È un rischio concreto. Hamas - non è un segreto per nessuno - è una costola del grande movimento arabo dei Fratelli musulmani, nel cui programma c’è l’isla­mizzazione della società. Mariam Saleh, ministro di Hamas per le «pari opportunità», docente universitaria, teneva un corso specifico, proprio all’università di Al-Quds , dal titolo «Concetti arabo-islamici per le ragazze». Non possiamo pretendere che non ci sia questo tentativo di islamizzare la società palestinese. Credo anche che i palestinesi si opporranno e, quando lo capiranno, chiederanno nuove elezioni.
Lei vede già dei segnali di questo nuovo corso politico, a due mesi dalla vittoria di Hamas, a poche settimane dall’insediamento del suo governo?
No, sinceramente, ancora non saprei fare degli esempi. Sarà un processo lento, inizierà con piccolissimi irrigidimenti, sui diritti delle donne, sulla libertà religiosa…
Crede che esista un pericolo per i cristiani sottoposti alla giurisdizione dell’autorità palestinese?
Credo che alle Chiese cristiane servirà e converrà mantenere un dialogo costante con il nuovo governo. La nuova Anp ha molti problemi imminenti da risolvere, pena la sua sopravvivenza, anche nel brevissimo periodo. Il dialogo con le Chiese sarà un modo per Hamas per tenere contatti con l’Europa e sperare nei suoi aiuti finanziari.
Allora lei non crede che i Paesi arabi aiuteranno l’Anp, come hanno dichiarato di fare al recente summit di Karthoum?
I Paesi della Lega araba da sempre fanno affermazioni del genere, ma poi non hanno mai rispettato i patti convenuti. Perché i soldi arrivino ai palestinesi è necessario, poi, farli transitare dal circuito bancario israeliano e gli israeliani non lo permetteranno in queste condizioni.
I palestinesi hanno votato Hamas soprattutto in risposta all’enorme corruzione dell’Anp, retta da Fatah. Quanto ha rubato Fatah dei soldi arrivati dall’estero?
Molto, certo. Ma non tutto, perché molti soldi sono arrivati con progetti ben chiari e definiti e quelli nessuno li ha potuti prendere, come ad esempio i soldi per progetti universitari. I fondi scomparsi sono quelli dati per pagare gli stipendi dei dipendenti dell’Anp; ma anche quelli non sono andati tutti dispersi, ma hanno permesso l’esistenza di un’economia, quella palestinese, un po’ anomala, in quanto non ha possibilità di scambi con altri mercati. Ora, senza quei soldi, questa economia non esisterà più nel giro di pochi mesi.
Secondo lei, Unione Europea e Paesi stranieri non devono rompere il dialogo con Hamas?
Devono mediare perché Hamas non conduca questo Paese alla guerra civile. Devono far sì che i palestinesi abbiano il tempo di capire qual è stato l’errore di votare Hamas e fare marcia indietro con nuove elezioni.
Professore, qual è il suo giudizio su Yasser Arafat?
Arafat ha avuto il grande merito di dare ai palestinesi la speranza, l’ideale di una nazione palestinese, ma ha compiuti grandi errori, ad esempio gli accordo di Oslo, e soprattutto l’aver impedito il consolidamento di un processo di democratizzazione della vita politica e sociale palestinese. Gli accordi di Oslo, che egli ha sottoscritto, si sono dimostrati inefficaci a bloccare la colonizzazione israeliana dei territori palestinesi e la decisione di militarizzare l’Intifada, per recuperare quegli errori, ha segnato la fine del processo di democratizzazione della società palestinese. Non si può imputare solo alla classe politica israeliana il fallimento della modernizzazione della nostra società.

Di Elisabetta Galeffi

martedì 18 aprile 2006

CRISTIANI SOTTO ATTACCO (E I MASS MEDIA IRRIDONO)

CRISTIANI SOTTO ATTACCO (E I MASS MEDIA IRRIDONO)
di Antonio Socci
18.04.2006
Ferrara, Ratzinger e Pilato……………un misterioso anagramma
Il più acuto giornalista italiano, Giuliano Ferrara (sul Foglio) e il più grande intellettuale del mondo, Joseph Ratzinger (concludendo la Via Crucis al Colosseo) hanno chiamato in causa Ponzio Pilato, il prefetto romano che mise a morte Gesù. Il motivo è semplice. Questo personaggio, nato fra il reatino e l’Abruzzo, è particolarmente moderno, lo sentiamo come uno di noi a causa di quel drammatico dialogo riportato nel Vangelo. Pilato interroga l’imputato. Gesù lo fissa, calmo, e gli dice: “il mio regno non è di questo mondo”. Pilato è incuriosito da quell’uomo di cui ha sentito dire cose inaudite, è colpito dal suo volto, dalla sua forza interiore. Ma da governatore pragmatico vuol capire innanzitutto se è un sovversivo: “Dunque tu sei re?”. Allora Gesù gli dichiara apertamente che sì, è re, ma della verità, cioè del cosmo e della storia: “Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto al mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità ascolta la mia voce”. Pilato tace, visibilmente stupito, ma non è tipo da seguire ciò che gli dice il cuore. Sa che solo il potere conta e quell’uomo di Nazaret sembra del tutto inerme e indifeso, uno che non conta nulla. Pilato, come si pensa oggi, ritiene che non esista la Verità: esiste solo il potere di imporre una propria verità. Così risponde scetticamente a Gesù con una battuta che non attende una risposta: “e che cos’è la verità?”. In latino le parole di Pilato, come riporta il Vangelo, suonano così: “Quid est veritas?”.
\nQuelle stesse parole, anagrammate, contengono la risposta: “est vir qui adest” (è l’uomo che sta di fronte). Lo nota tre secoli più tardi Agostino d’Ippona. Se solo Pilato avesse capito cosa stava dicendo, se solo avesse aspettato la riposta da quell’uomo che era ed è la Verità fatta carne. Ma il prefetto romano aveva un pregiudizio (la Verità non esiste) e così condannò l’innocente, perché non gli conveniva mettersi contro la folla. Che la verità non esista è proprio il dogma dei tempi moderni, che pure dicono di essere contro tutti i dogmi. E’ la “dittatura del relativismo”.\nFerrara – dicevamo - ha evocato la domanda scettica di Pilato (“quid est veritas?”) facendo di lui il simbolo dei mass media, che sono relativisti “eppure amano presentarsi come la bocca della verità, senza quel minimo di ironia che pure servirebbe”. Non si tratta solo di ironizzare sulle sviste e le topiche di cui i media sono pieni. Ma di riflettere sulle pretese “verità” spacciate ogni giorno che si rivelano spesso - com’è accaduto nelle recenti elezioni o al referendum dell’anno scorso – delle balle, propalate per sciatteria o per ideologia, per convenienza o per conformismo. Questo gioco – anche quando viene fatto senza malizia, solo per ignoranza – non è innocente. Fa enormi danni. \nBenedetto XVI ha citato Pilato come simbolo degli “intellettuali scettici”: egli “ha cercato di essere neutro”, ma alla fine ha scelto per il potere e la carriera condannando l’innocente, Gesù. Se infatti la verità non esiste, non esistono neanche innocenti e colpevoli e le scelte hanno un solo criterio: il potere. \nIl “caso Pilato”, secondo Benedetto XVI, dimostra che davanti a Gesù non è possibile essere solo spettatori neutri. Si può essere “terzisti” in politica, ma con Cristo non si può: si è con Lui (magari come poveracci, pieni di peccati) o contro di Lui, magari ritenendosi e vivendo da “persone perbene”. Quante “persone perbene” gridarono – in quella piazza – “crocifiggilo!”. O lo lasciarono gridare senza difendere l’innocente. ",1]
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Quelle stesse parole, anagrammate, contengono la risposta: “est vir qui adest” (è l’uomo che sta di fronte). Lo nota tre secoli più tardi Agostino d’Ippona. Se solo Pilato avesse capito cosa stava dicendo, se solo avesse aspettato la riposta da quell’uomo che era ed è la Verità fatta carne. Ma il prefetto romano aveva un pregiudizio (la Verità non esiste) e così condannò l’innocente, perché non gli conveniva mettersi contro la folla. Che la verità non esista è proprio il dogma dei tempi moderni, che pure dicono di essere contro tutti i dogmi. E’ la “dittatura del relativismo”. Ferrara – dicevamo - ha evocato la domanda scettica di Pilato (“quid est veritas?”) facendo di lui il simbolo dei mass media, che sono relativisti “eppure amano presentarsi come la bocca della verità, senza quel minimo di ironia che pure servirebbe”. Non si tratta solo di ironizzare sulle sviste e le topiche di cui i media sono pieni. Ma di riflettere sulle pretese “verità” spacciate ogni giorno che si rivelano spesso - com’è accaduto nelle recenti elezioni o al referendum dell’anno scorso – delle balle, propalate per sciatteria o per ideologia, per convenienza o per conformismo. Questo gioco – anche quando viene fatto senza malizia, solo per ignoranza – non è innocente. Fa enormi danni. Benedetto XVI ha citato Pilato come simbolo degli “intellettuali scettici”: egli “ha cercato di essere neutro”, ma alla fine ha scelto per il potere e la carriera condannando l’innocente, Gesù. Se infatti la verità non esiste, non esistono neanche innocenti e colpevoli e le scelte hanno un solo criterio: il potere. Il “caso Pilato”, secondo Benedetto XVI, dimostra che davanti a Gesù non è possibile essere solo spettatori neutri. Si può essere “terzisti” in politica, ma con Cristo non si può: si è con Lui (magari come poveracci, pieni di peccati) o contro di Lui, magari ritenendosi e vivendo da “persone perbene”. Quante “persone perbene” gridarono – in quella piazza – “crocifiggilo!”. O lo lasciarono gridare senza difendere l’innocente.
\nNon esistono “terzisti” neanche oggi di fronte alla Chiesa, che misteriosamente, per i cristiani, è il corpo stesso di Gesù e si trova esattamente nelle terribili condizioni di Gesù in quel venerdì 7 aprile dell’anno 30. Massacrata fisicamente e umiliata moralmente. \nVoglio citare solo i fatti delle ultime ore. Dei fondamentalisti islamici assaltano alcune chiese cristiane in Egitto affollate per le cerimonie del venerdì santo: un morto e dodici feriti. E’ l’ennesima aggressione alla minoranza cristiana. Con il regime che cerca di coprire o sminuire. Lo stesso giorno di venerdì santo si è venuti a sapere del caso di Nassem Bibi, trentenne cristiana del Pakistan. Il 3 marzo scorso, quando imperversavano le manifestazioni contro le vignette blasfeme danesi, una folla inferocita cominciò a insultare Bush, il cristianesimo e profanò una croce. Allora Naseem protestò, disse che anche loro dovevano rispettare la religione altrui. Fu picchiata a sangue e poi accusata di blasfemia. Ora è in carcere, rischia la pena di morte e la sua famiglia è dovuta fuggire per evitare ulteriori violenze. \nIl laico Rushdie, che se ne sta al caldo dei diritti d’utore in Europa, è stato protetto da una sollevazione generale dell’occidente intellettuale, ma per la povera e indifesa Naseem, o per i tre contadini cristiani condannati a morte in Indonesia, non si fanno appelli, né polemiche internazionali. Oltretutto sono solo la punta dell’iceberg. Per i cristiani, decine di Paesi – islamici o comunisti - sono lager a cielo aperto o regimi da apartheid. I missionari cristiani continuano ad essere macellati nell’indifferenza generale. In Occidente ci si occupa della Chiesa quasi solo per attaccarla, coprirla di accuse false, di polemiche assurde. Contro i cristiani è permesso ogni dileggio, qualsiasi umiliazione. Perfino nelle serie tv per ragazzi.\nNegli Usa il popolarissimo cartone “South Park”, appena premiato dagli oscar tv, ha visto cancellare una sua puntata perché vi appariva Maometto con un elmetto da football. Così gli autori si sono “divertiti” con una scena blasfema su Gesù, mandata in onda proprio nella Settimana Santa. Il portavoce del network ha spiegato che “la raffigurazione di Maometto per i musulmani è sacrilega, temevamo proteste e scontri”. ",1]
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Non esistono “terzisti” neanche oggi di fronte alla Chiesa, che misteriosamente, per i cristiani, è il corpo stesso di Gesù e si trova esattamente nelle terribili condizioni di Gesù in quel venerdì 7 aprile dell’anno 30. Massacrata fisicamente e umiliata moralmente. Voglio citare solo i fatti delle ultime ore. Dei fondamentalisti islamici assaltano alcune chiese cristiane in Egitto affollate per le cerimonie del venerdì santo: un morto e dodici feriti. E’ l’ennesima aggressione alla minoranza cristiana. Con il regime che cerca di coprire o sminuire. Lo stesso giorno di venerdì santo si è venuti a sapere del caso di Nassem Bibi, trentenne cristiana del Pakistan. Il 3 marzo scorso, quando imperversavano le manifestazioni contro le vignette blasfeme danesi, una folla inferocita cominciò a insultare Bush, il cristianesimo e profanò una croce. Allora Naseem protestò, disse che anche loro dovevano rispettare la religione altrui. Fu picchiata a sangue e poi accusata di blasfemia. Ora è in carcere, rischia la pena di morte e la sua famiglia è dovuta fuggire per evitare ulteriori violenze. Il laico Rushdie, che se ne sta al caldo dei diritti d’utore in Europa, è stato protetto da una sollevazione generale dell’occidente intellettuale, ma per la povera e indifesa Naseem, o per i tre contadini cristiani condannati a morte in Indonesia, non si fanno appelli, né polemiche internazionali. Oltretutto sono solo la punta dell’iceberg. Per i cristiani, decine di Paesi – islamici o comunisti - sono lager a cielo aperto o regimi da apartheid. I missionari cristiani continuano ad essere macellati nell’indifferenza generale. In Occidente ci si occupa della Chiesa quasi solo per attaccarla, coprirla di accuse false, di polemiche assurde. Contro i cristiani è permesso ogni dileggio, qualsiasi umiliazione. Perfino nelle serie tv per ragazzi. Negli Usa il popolarissimo cartone “South Park”, appena premiato dagli oscar tv, ha visto cancellare una sua puntata perché vi appariva Maometto con un elmetto da football. Così gli autori si sono “divertiti” con una scena blasfema su Gesù, mandata in onda proprio nella Settimana Santa. Il portavoce del network ha spiegato che “la raffigurazione di Maometto per i musulmani è sacrilega, temevamo proteste e scontri”.
\nSu Gesù invece si può sputare a piacimento. Del resto c’è pure “Popetown” (La città dei papi), un altro cartone prodotto dalla Bbc che dopo essere stato interrotto nel Regno Unito, per le fortissime polemiche che ha scatenato, sarà trasmesso dalla rete Mtv in Germania, Austria e Svizzera: “la serie, ambientata in un Vaticano del tutto surreale” scrive Internazionale “ha come protagonisti un papa di otto anni, completamente pazzo, che brandisce mitragliatrici e vende bimbi orfani come schiavi, affiancato da un cardinale criminale”. \nAllegria. Le librerie poi sono alluvionate dalle assurdità del “Codice da Vinci” (presto anche in film), pieno di accuse infondate alla Chiesa. I giornali durante la settimana santa hanno amplificato la montatura del “Vangelo di Giuda” che tutti sanno trattarsi di una balla stratosferica dal punto di vista storico. E La Repubblica ha dedicato un’intera pagina a un libello di prossima uscita dal titolo esplicito: “Contro Ratzinger”. Melissa P. intuisce l’onda montante e scive una lettera aperta contro il cardinal Ruini lanciata ieri da Marco P. (cioè Pannella che pure va da una disfatta referendaria a un flop elettorale). Non poteva mancare David Yallop che dopo il best-seller antivaticano “In nome di Dio” lancia ora “Habemus papam”. Sono solo alcuni casi di questi giorni. \nIeri “Repubblica” titolava così: “Pasqua amara per il Vaticano. La Chiesa finisce sotto scacco”. Di veri laici se ne vedono pochi. Il vero laico è chi si schiera dalla parte della vittima innocente anziché dalla parte del potere e delle urla della folla. Pilato il relativista, dice il Papa, sceglie di stare dalla parte del potere e della sua carriera. Altro che terzismo. \n\n\t\t\t\t\n\t\t\t\n\t\t\n\t\t\n\t\n\t\n\t\t\n\t\t\n\t\t\n\t\t\t\t",1]
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Su Gesù invece si può sputare a piacimento. Del resto c’è pure “Popetown” (La città dei papi), un altro cartone prodotto dalla Bbc che dopo essere stato interrotto nel Regno Unito, per le fortissime polemiche che ha scatenato, sarà trasmesso dalla rete Mtv in Germania, Austria e Svizzera: “la serie, ambientata in un Vaticano del tutto surreale” scrive Internazionale “ha come protagonisti un papa di otto anni, completamente pazzo, che brandisce mitragliatrici e vende bimbi orfani come schiavi, affiancato da un cardinale criminale”. Allegria. Le librerie poi sono alluvionate dalle assurdità del “Codice da Vinci” (presto anche in film), pieno di accuse infondate alla Chiesa. I giornali durante la settimana santa hanno amplificato la montatura del “Vangelo di Giuda” che tutti sanno trattarsi di una balla stratosferica dal punto di vista storico. E La Repubblica ha dedicato un’intera pagina a un libello di prossima uscita dal titolo esplicito: “Contro Ratzinger”. Melissa P. intuisce l’onda montante e scive una lettera aperta contro il cardinal Ruini lanciata ieri da Marco P. (cioè Pannella che pure va da una disfatta referendaria a un flop elettorale). Non poteva mancare David Yallop che dopo il best-seller antivaticano “In nome di Dio” lancia ora “Habemus papam”. Sono solo alcuni casi di questi giorni. Ieri “Repubblica” titolava così: “Pasqua amara per il Vaticano. La Chiesa finisce sotto scacco”. Di veri laici se ne vedono pochi. Il vero laico è chi si schiera dalla parte della vittima innocente anziché dalla parte del potere e delle urla della folla. Pilato il relativista, dice il Papa, sceglie di stare dalla parte del potere e della sua carriera. Altro che terzismo.

I denari e il potere

Corriere della Sera. 14 aprile 2006

I denari e il potere

di Vittorio Messori

Smettiamola, innanzitutto, con sciocchezze un po’ ridicole. Come i titoli, ieri, di certi lanci di agenzia o di certi siti di Internet a commento dell’omelia del papa alla liturgia che commemora l’istituzione dell’eucaristia. Titoli come <>; oppure <>.
Come già detto su queste stesse colonne, già oltre diciotto secoli fa la Chiesa condannò un’eresia gnostica tra tante, quella dei “cainiti“ che, valorizzando in chiave antiebraica le figure negative della Scrittura, ipotizzava un Iscariota benefico, traditore su commissione di Gesù stesso. Da 1800 anni sapevamo della condanna dei Padri della Chiesa di questo pseudo-vangelo e, oltre al nome, ne conoscevano a larghi tratti i contenuti e le intenzioni. Sapevamo, dunque, su che cosa si basava la condanna. Il papiro pubblicato ora a cura del National Geographic Magazine, con un clamore mediatico sospettato non a torto di interesse commerciale, non ci rivela nulla di nuovo se non alcuni dei testi precisi sui quali calò l’interdetto cattolico.
Insomma: un frammento di apocrifo come tanti, una curiosità per specialisti sugli infiniti deliramenta della capacità orientale di costruire fantasiose eresie, non certo la rivelazione di un “altro modo“ di leggere la figura di Giuda all’interno della Chiesa apostolica. Se nessuno parla delle infinite bizzarrie eterodosse dei testi apocrifi del Nuovo Testamento, forse non è solo perchè i giornalisti ne sanno poco, ma perchè nessuna azienda ha pensato di sfruttarli per vendere riviste, libri, dvd. E anche perchè non si è deciso (almeno per il momento: ma ci stiamo arrivando) di inserire anch’essi nel grottesco filone pseudo-biblico del quale Dan Brown è solo lo spacciatore più fortunato.
Per venire a cose più concrete: nel suo commento all’apertura del Triduo Pasquale, Benedetto XVI ha mostrato di aderire ad una tra le molte ipotesi che –peraltro liberamente e legittimamente– dividono esegeti e teologi cristiani, non solo cattolici. Il papa, infatti, ha detto che Giuda <>. E ha continuato: <>.
Questa dell’attuale pontefice è la lettura più severa del mistero del tradimento. Per altri commentatori, non ci fu, all’origine, il desiderio di soldi: le trenta monete d’argento (non denari, assai preziosi, ma modesti sicli o stateri) non erano un gran somma, equivalevano al prezzo di uno schiavo della qualità peggiore, vecchio e poco abile. Poichè l’apostolo era l’amministratore della comunità itinerante (mantenuta, con generosità, da ricche mogli e vedove, oltre che da offerte di devoti e simpatizzanti), sarebbe stato più proficuo fuggire con la cassa. Secondo alcuni, non il lucro ma proprio l’amore deluso spiega il comportamento di Giuda.
Alla pari dei suoi compagni, e di ogni ebreo del tempo, egli attendeva un Messia vincitore, un Inviato che –in nome di Dio– liberasse Israele dall’oppressione e gli sottomettesse gli altri popoli. La delusione andò crescendo, davanti al rifiuto di Gesù di assumere un ruolo politico; davanti al suo rifiuto di difendersi; davanti –addirittura– al preannuncio della morte. E che morte, visto che la croce era per i romani il supplizio per gli schiavi e per gli ebrei il segno della maledizione divina! Soltanto per una finta Giuda avrebbe accettato dal sinedrio il modesto compenso per indicare dove il Maestro passasse le notti, così da poterlo arrestare. Era questo il modo –pensava- per mettere con le spalle al muro, per snidare quel Messia riluttante e così tardo a svelare il suo potere: per non essere catturato avrebbe finalmente mostrato quale fosse la potenza del Dio che lo aveva inviato. E, invece, non andò così: Gesù proibì agli apostoli ogni difesa con la spada, si lasciò legare e percuotere, fu trascinato davanti al tribunale che avrebbe chiesto al governatore romano la sua morte. Da qui, la disperazione di Giuda, il crollo che lo portò al suicidio. Ciò che lo aveva mosso era, probabilmente, anche l’interesse personale: quello di far parte del gruppo ristretto e intimo dei collaboratori del Messia destinato, finalmente, a trionfare come un grande re. E in questo è d’accordo papa Ratzinger, parlando di ricerca di <>. Ma poteva esserci anche, lo si diceva, l’amore per quanto distorto, il desiderio di aiutare quel Galileo –che tanto lo aveva attratto da indurlo a seguirlo per anni- a rompere gli indugi, a mostrare chi fosse veramente.
Ipotesi, naturalmente, destinate a rimanere tali: Dio solo sa che cosa sia passato nel cuore di quello sventurato, quali siano state le motivazioni profonde della decisione fatale. Non a caso la Chiesa non prende posizione ufficiale su di esse e lascia libertà ai biblisti, ai teologi, ai predicatori. Anche il papa, ovviamente, ha ogni facoltà di propendere per una congettura o per un’altra, poiché ciò che conta è la conseguenza sia storica che metastorica del gesto dell’Iscariota. In ogni caso, anche per Giuda la Chiesa non viene meno alla sua convinzione di sempre: sa, cioè, di avere dal Cristo la possibilità di affermare la salvezza eterna di un suo figlio, proclamando beati e santi. Ma sa di non potere affermare di nessuno che si sia perduto per sempre: indica alcuni degli abitanti del Paradiso, si astiene da ogni nome per l’Inferno. E’ un silenzio che vale per tutti, persino per colui del quale il Maestro disse le parole terribili : <>. Neppure questo, confermano concordi Santi e Dottori, permette agli uomini di porre limiti alla misericordia divina.
© Corriere della Sera

lunedì 17 aprile 2006

Conosciuto da 1800 anni

Corriere della Sera. 8 aprile 2006

Il Vangelo di Giuda?
Conosciuto da 1800 anni

di Vittorio Messori

No, non dovremo riscrivere le origini del cristianesimo; e la fede dei credenti non andrà in crisi per la pubblicazione di un frammento del cosiddetto “vangelo di Giuda“. Per dirla subito, la clamorosa presentazione a Washington, davanti alla stampa mondiale appositamente convocata, è soprattutto un’operazione economica e, probabilmente, anche ideologica. Storia e teologia c’entrano poco, gli specialisti veri sono al massimo incuriositi, non certo frementi di eccitazione per una “novità” che non è tale e che, essi, già conoscevano. Magari da più di 1800 anni, visto che fu verso il 180 che Ireneo, vescovo di Lione ma greco e gran conoscitore del Medio Oriente, compose il suo Contro le eresie. In esso scrive, tra l’altro: <>. Coloro che così insegnavano erano gnostici di una setta detta dei “Cainiti“: proprio da Caino, venerato assieme al Serpente che tentò Eva, a Cam, ai Sodomiti, a Esaù e, appunto, a Giuda. Insomma, tutte le figure negative delle Scritture giudeo-cristiane. Ponendosi simili maestri, i Cainiti giustificavano ogni genere di oscenità e di delitti.
Operazione economica, dunque, quella dell’altro ieri, visto che il National Geographic Magazine è tra i periodici più redditizi del mondo, con edizioni in molte lingue, italiano compreso. La sua sponsorizzazione per la traduzione e la pubblicazione del papiro trovato tra le sabbie egiziane non è certo disinteressata. Milioni di dollari verranno dall’aumento delle vendite in edicola, dall’acquisto del volume che sarà proposto in combinata col giornale, dal documentario comprato già da molte televisioni. Senza contare l’enorme pubblicità determinata dal fatto che, ieri, i media di ogni continente hanno citato la testata. Non a caso si sono scelti, per il lancio, i giorni che precedono la Settimana Santa, quando in tutta la cristianità risuonerà il nome di Giuda Iscariota e sarà più agevole che si parli di questo suo presunto “Vangelo“. Se è lecito un accenno personale: ieri, per tutta la giornata ho dovuto declinare inviti a partecipare a talk-show televisivi proprio su questa presunta scoperta. E alla mia sorpresa (<>) si replicava che, sì, la politica la farà da padrona, ma l’imminenza della Pasqua impone di inserire in palinsesto qualcosa che la riguardi. Perché, dunque, non questa novità sull’apostolo che tradì?
Ma il forte odore di soldi ha aleggiato da subito attorno al papiro emerso negli anni Settanta dalla valle del Nilo, uno dei pochi luoghi (assieme al deserto di Giuda, da cui ci viene la biblioteca essenica di Qumràn) dove l’ aridità del clima permetta la conservazione di materiali così fragili. Non è più il tempo in cui pastori beduini cedevano ai mercanti di Gerusalemme e del Cairo giare piene di manoscritti in cambio di poche monete d’argento. Le biblioteche delle università europee, americane, australiane, persino giapponesi, si affrontano in aste memorabili per assicurasi brandelli di manoscritti dei primi secoli cristiani. Come ormai di norma in simili casi, non sono chiare le vicissitudini commerciali di questo “vangelo di Giuda“, ma sembra certo che il lungo rotolo sia stato tagliato in due. Una parte è quella presentata a Washington con il massimo clamore mediatico, un’altra parte sarebbe rimasta in cassaforte: il suo prezzo è destinato a moltiplicarsi, visto l’interesse con cui è stata accolta la primizia.
Operazione economica, dicevamo, ma probabilmente anche ideologica. Il Codice Da Vinci di Dan Brown è solo l’esempio più fortunato di un filone che, da qualche anno, sembra un fiume in piena. Una pseudo-storia, una fanta-esegesi strizzano l’occhio al lettore, ammonendolo che uno come lui non può essere tanto sprovveduto da accettare il racconto delle Chiese “ufficiali“ –a cominciare da quella cattolica– sulle origini cristiane. Mica è come ce la contano da troppi secoli i preti, che sanno la verità, ma ce la nascondono. Ad esempio, sono disposti a ricorrere all’omicidio piuttosto che a far trapelare i “veri“ rapporti tra Gesù e Maria di Magdala, con le conseguenze che essi hanno avuto sulla storia dell’Occidente. Il che, come si sa, è la tesi centrale di Dan Brown che (come confermano i processi per plagio) non ha fatto altro che mescolare i contenuti di un cocktail stantio che già nel 1988 Umberto Eco metteva in burla -ferocemente quanto inutilmente- nel suo Pendolo di Foucault.
Se questo, comunque, è ciò che vuole il mercato, come non approfittare di un autentico <>, di un pezzo di quei <> in cui starebbe la verità celata, per ingolosire le masse, spingendole a comprare giornali, libri, vedere film, magari acquistare magliette, berretti, portachiavi ? I Dan Brown hanno ricostruito per voi la figura “autentica“ della Maddalena, altri quella di Pietro, di Simone di Cirene, di Nicodemo, di Gesù stesso: ecco a voi un Giuda come non avreste mai pensato, un amicone, un benefattore, un privilegiato da Dio, altro che lo sciagurato traditore di cui vi hanno sempre parlato quelle Chiese che vi menano per il naso. Carta, anzi papiro, canta...
La strumentalizzazione ideologica del reperto si è fatta esplicita, alla presentazione di Washington, quando qualcuno ha detto che –con il nuovo, benemerito Iscariota– si taglieranno le unghie all’antigiudaismo cristiano. Questa, ha commentato il quotidiano cattolico, Avvenire, se è vera non è altro che <>. Demenziale non solo perchè il cristianesimo ha sempre saputo che, se un apostolo israelita tradì, gli altri undici erano israeliti quanto lui, come lo erano i 72 discepoli e le migliaia di primi seguaci. E molti di quegli ebrei, figli di ebrei, preferirono il martirio al rinnegamento. Ma demenziale anche perchè la setta dei Cainiti, da cui viene il frammento, considerava il Dio degli ebrei come il Dio malvagio, in lotta mortale con quello buono, lo gnostico Dio Supremo. Distruggere lo Jahvé delle Scritture era lo scopo finale della storia. E Giuda era da esaltare proprio come campione coraggioso di questa battaglia contro il ripugnante Demiurgo semitico. Insomma, malgrado i furbeschi ammiccamenti al “dialogo“, questo non potrà proprio mettere tra i suoi testi fondanti il papiro offerto in vendita dagli editori americani.
© Corriere della Sera

domenica 16 aprile 2006

IPOTESI SU GESU’ E LA SUA RESURREZIONE…

di Antonio Socci
15.04.2006

…Con i miei auguri di Buona Pasqua !
La risibile montatura del cosiddetto “Vangelo di Giuda”, un romanzetto gnostico e anticristiano del II secolo, ha entusiasmato i giornali sempre a caccia di pretesti per attaccare la Chiesa. Ma anch’esso – come il “Codice da Vinci”, un’altra grottesca bufala – in fondo dimostra una cosa sola: il fascino e la curiosità che la figura di Gesù continua a suscitare. Fra noi così laicizzati che poi però – come dice il recente “Rapporto Italia 2006” dell’ Eurispes – ci diciamo cattolici (ben l’87 per cento degli italiani, l’8 per cento in più di 15 anni fa) e vogliamo che il crocifisso resti sulle pareti delle scuole (circa il 90 per cento). Fascino che forse è ancora più forte dove meno te lo aspetti. Come nelle terre islamiche. Dove sta provocando un fenomeno nascosto di conversioni al cristianesimo. Fenomeno nascosto anche qua in Italia perché gli “apostati” e le loro famiglie sono addirittura a rischio della vita. “Noi musulmani convertiti al cristianesimo in Italia siamo in tanti” confidava uno di loro a Magdi Allam (Corriere della sera del 3 settembre 2003) “dobbiamo aprire le catacombe! Quando ci sarà la libertà di culto anche per noi, vedrete quanti ne usciranno fuori!”. Il motivo di queste “pericolose” conversioni sta tutto nel titolo del libro di J.M. Gaudeul: “Vengono dall’Islam chiamati da Cristo”. Richiamati, affascinati da Cristo, che perfino nel Corano appare di gran lunga come il personaggio più suggestivo e commovente, come il più potente (può compiere miracoli) e come il più buono e misericordioso. Gesù esercita un’attrattiva sconfinata. “Vogliamo vedere Gesù”, così dicono un giorno a Filippo un gruppo di Greci arrivati a Gerusalemme: avevano sentito parlare di lui e volevano incontrarlo, conoscerlo. In fondo sono le parole che descrivono gli uomini di tutti i tempi. Il nostro secolo è divorato dal desiderio di “saperne di più” su di lui. Ma spesso va a cercare questo “di più” fra i romanzeschi vangeli apocrifi (magari pompati per operazioni commerciali) , anziché nei Vangeli. L’unico vero “vangelo nascosto” storicamente attendibile, scritto da testimoni oculari a ridosso degli eventi, è proprio quello di Marco, Matteo, Luca e Giovanni. Nascosto perché crediamo di conoscerlo e non lo conosciamo, forse neanche l’abbiamo mai letto. LO SCOOP DEL VANGELO ARAMAICOOltretutto sotto il greco dei quattro racconti evangelici (ci sono pervenuti in questa lingua) da anni gli studiosi hanno scoperto la stesura originale in aramaico: la lingua parlata al tempo di Gesù. Un gruppo di esegeti da tempo lavora alla retroversione del testo greco dei Vangeli in aramaico. Hanno pubblicato già una decina di volumi. Recentemente la Rizzoli ha edito in italiano un libro che raccoglie – in maniera divulgativa, non specialistica – alcuni dei risultati di questo imponente lavoro. E’ firmato da uno degli studiosi della “Scuola di Madrid”, José Miguel Garcia e s’intitola “La vita di Gesù nel testo aramaico dei Vangeli”. Inizialmente questa retroversione doveva servire a capire alcuni passi oscuri dei Vangeli per i quali certi studiosi avevano attaccato la Chiesa. Poi, tornando all’originale aramaico, si è scoperto non solo il senso chiaro e limpidamente ortodosso di quei passi, ma anche una immensa ricchezza nascosta di parole pronunciate da Gesù che illuminano ancora più clamorosamente la sua personalità e il mistero della sua identità. E’ noto che certi critici hanno strologato a lungo teorizzando che “Gesù non fu mai consapevole di essere il Messia”. Garcia smonta questa tesi e dimostra come dai Vangeli autentici emerga chiaramente che Gesù non solo sa di essere il Messia, ma si identifica addirittura con Dio. Una pretesa unica nella storia umana. Alla fine lo proclama apertamente davanti al Sinedrio. E’ questa infatti la bestemmia per cui fu arrestato e processato: perché, dicevano i suoi accusatori, “tu, che sei uomo, ti fai Dio” (Gv 10, 33). Ed era proprio così, l’accusa era fondatissima: egli, unico uomo nella storia, si identificava con Dio. Il dramma di questo annuncio – che cioè Dio si è fatto uomo, ma non viene riconosciuto e accolto – esplode negli ultimi giorni, col precipitare degli eventi. Ed è impressionante rileggere le pagine sulla Passione nel testo aramaico. Il momento dell’ultima cena è il più toccante, quello in cui Gesù manifesta la sua perfetta consapevolezza di ciò che stava per accadere e la sua volontà di prendere tutto il dolore del mondo su di sé. Nella traduzione attuale dei Vangeli egli dice: “ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione” (Lc 22, 15). Ma l’originale aramaico che Garcia ritrova sotto la traduzione greca è ancora più impressionante: “Ho desiderato ardentemente di mangiare questo agnello pasquale quando ero lontano da voi, lontano dalla mattina del mio venire incontro al patimento. Poiché vi dico: Quando io sarò mangiato come lui (= come questo agnello pasquale), il regno celeste di Dio giungerà alla sua pienezza”. PER LA NOSTRA SALVEZZA? Dunque Gesù designa la sua incarnazione come “la sua venuta incontro alla morte”. Cioè: egli sa di essere venuto sulla terra per patire e morire al posto nostro. E quello che sconvolge ancora di più è il suo ardente desiderio di venire a pagare per tutti noi. Il testo aramaico fa capire bene “il desiderio di Gesù, già nella sua esistenza celeste” di “andare incontro alla morte” per instaurare il Regno di Dio e “sconfiggere il regno di Satana”, il regno del male, della violenza, del dolore. Da questi passi si capisce bene quanto siano destituite di fondamento le tesi di Bultmann e soci secondi i quali Gesù fu in grado di prevedere la propria morte, ma senza mai attribuire ad essa un potere salvifico. Illuminanti sono anche le parole che Gesù pronuncia dopo aver lavato i piedi ai suoi amici, investendoli del potere sacerdotale: egli manifesta loro “la sua contentezza, poiché, grazie a loro, potrà morire nuovamente, bere di nuovo il calice che bevve sul Calvario” (è la santa Eucarestia dei cristiani). Questa determinazione di Gesù nel prendere su di sé tutto lo scatenarsi di violenze e insulti e umiliazioni dei suoi carnefici è evidente da tutto il racconto della passione, durante la quale Gesù subisce tutte le atrocità senza mai emettere un lamento, senza mai difendersi dai colpi brutali e dagli sputi e senza mai voler attenuare le sue sofferenze (infatti rifiuta la bevanda di aceto che doveva narcotizzarlo). vUno strazio consapevolmente accettato e vissuto fino in fondo, con una forza sovrumana, anzi uno strazio desiderato per liberare gli uomini dal male. Garcia poi dimostra anche l’attendibile storicità delle parole attribuite alla moglie di Pilato e dei resoconti della resurrezione, anche in riferimento alla sua “prova fotografica”, la Sindone. Ma la prova vera della resurrezione alla fine è l’incontro con lui risorto (Tommaso può addirittura mettere le dita nelle antiche ferite). vE’ questo evento inaudito, la resurrezione (poi col dono dello Spirito, della forza di Gesù) che di colpo trasforma gli apostoli, terrorizzati, fuggitivi e nascosti, in un gruppo di temerari che annunciano a tutti la resurrezione, senza alcun timore, fino al martirio. PROUDHON “PROVA” LA RESURREZIONEChe Gesù, quel 9 aprile dell’anno 30, sia veramente risorto e da allora sia rimasto fra i suoi lo si può intuire anche con una realistica considerazione degli eventi. Perfino un mangiapreti come Proudhon, che però, da socialista, aveva una certa esperienza nell’organizzazione di movimenti umani, giunse alla conclusione che Gesù fosse veramente vivo fra i suoi, anche dopo l’esecuzione capitale. Non volendo accettare la notizia della resurrezione ipotizzò che fosse stato staccato dalla croce prima della morte e dalla clandestinità guidasse i suoi. Ma l’intuizione di Gesù vivo e presente è molto interessante. Ecco il suo ragionamento: “La rapidità della propaganda nazarena, dopo la morte apparente di Gesù, è un argomento di più in favore della sua presenza…. Meno di 40 anni dopo la morte di Gesù giungeva a Roma. Non appena queste comunità di credenti erano fondate egli diventava indistruttibile. Ora… sarebbe difficile spiegare la sua affermazione in sua assenza. Egli solo ha potuto salvare la sua opera… Egli solo ha potuto farla crescere dopo la dispersione del gregge… Pietro o Giovanni avrebbero saputo tener duro di fronte al dilagare di sette e di gnosi? Il pensiero fondamentale di Gesù ha trionfato su tutto… dunque dall’anno 29 all’anno 70 egli era presente”. In effetti quegli undici poveretti ebrei, senza cultura, denaro, mezzi e potere, non avrebbero mai potuto scatenare un simile incendio nell’impero romano. Proudhon ipotizza che Gesù, in quegli anni dal 29 al 70, “condannato a non farsi più vedere in pubblico e non potendo seguire i discepoli divenuti suoi successori” deve aver dato loro altre istruzioni per “sottrarsi in seguito ai loro sguardi, comunicare con essi solo di tanto in tanto e sparire poi del tutto”. L’intuizione di Proudhon – che Gesù dal 29 al 70 doveva per forza essere vivo e guidava la “conquista” cristiana del mondo – è del tutto razionale. Ma se fosse rimasto solo fino al 70 la sua opera sarebbe crollata subito dopo. Invece proprio dopo il 70 quella “conquista” è stata ancora più strepitosa e impressionante e dopo duemila anni abbraccia il mondo, con una forza e una sapienza di cui nessuno dei cristiani, dei vescovi o dei papi sarebbe mai stato capace. Dunque l’ipotesi più razionale – stando all’analisi di Proudhon – è che quell’Uomo sia ancora vivo e presente fra i suoi e ancora operi potentemente. L’ipotesi più ragionevole è che Gesù quel 9 aprile dell’anno 30 sia veramente risorto e sia con i suoi “fino alla fine dei tempi” non permettendo che le forze del Male prevalgano sulla Chiesa.